Esattamente 2 anni fa, il 1° Maggio 2014, è stato “inaugurato” dal governo il piano europeo Youth Guarantee, finanziamento europeo all’Italia, pari a 1,5 miliardi di euro, per l’avviamento al lavoro di giovani tra i 15 e 29 anni. Oggi, il report di Adapt rileva che, a fronte di 897mila iscritti, solo 300mila lavorano grazie alla garanzia giovani.

In teoria, questo programma dovrebbe appunto inserire i ragazzi nel mondo occupazionale. In pratica, però, si è rivelato una reale opportunità soprattutto per il datore che sfrutta “i tirocinanti in formazione” senza spendere un centesimo, e spesso non rinnovando in seguito un vero contratto. Impieghi con turni da 8 o più ore, in maggioranza per occupazioni di basso profilo, alla modica cifra di 500 euro che però non arrivano a fine mese. Se arrivano. Cifre che spesso restano pure bloccate e spingono a mollare. La Regione dovrebbe pagare il salario tramite INPS che spedisce di fatto l’assegno al giovane ogni 60 giorni, previa documentazione pervenuta delle ore lavorate. Quindi passano realmente anche 80 giorni prima che l’avente diritto riscuota la somma. Quando va bene.

Un Paese che esclude i giovani, o li inserisce nel mondo del lavoro in modo precario, si condanna da sé. Predica bene, il presidente della Repubblica fondata sulla disoccupazione, Mattarella. Ma una generazione ancora una volta delusa e depressa, condannata forse ad andare in pensione a 75 anni, forse – se sopravviverà allo scatafascio globale – cosa se ne fa della retorica da commemorazione 1° maggio?

E cosa c’è da festeggiare, oggi? Dovrebbero andare tutti a manifestare nella pubblica piazza, come sta accadendo a Torino, anziché correre al concertone in piazza San Giovanni. E come se non bastasse il prezzo (in tutti i sensi) che stanno pagando, debito scaricato sul loro groppone da noi vecchie leve, alla loro precarietà, presente e futura, si aggiunge una prospettiva inquietante grazie all’integrazione sempre maggiore dei robot che nei prossimi 30 anni potrebbero dimezzare i posti di lavoro. Lo slogan nell’immagine in alto è dunque più appropriato che mai. Il lavoro è il primo diritto non un prim’omaggio.

 

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