Dentro le onde di questa vita, ogni regola fugge al controllo della dinamica. Abituati a possedere le cose, a sfoggiare l’abietta costrizione dei nostri riflessi Social, ci limitiamo all’umana pietà, solo nella condivisione virtuale. Imborghesiti dentro ai nostri abiti, altezzosi e quasi compassionevoli, quando lanciamo una monetina dall’alto verso il basso, non osiamo varcare quel mondo morente, fatto di stracci, emarginazione e cartoni.

Non osiamo nessuna immedesimazione, quando certi bivacchi diventano oltraggiosi, ma sappiamo irrigidirci, puntare il dito, o chiamare una volante, se le pessime ideologie si perpetrano già nella nostra mente. Schiavi di un sistema numerico a circuito chiuso, non vogliamo oltrepassare la coltre di impoverimento, nella quale democraticamente siamo scivolati. Anzi, spesso pur conoscendo certi luoghi e spaccati di vita, tentiamo l’ennesima scorciatoia, pur di trascendere, lo scorcio violento e urbano.

La miseria, l’indeterminata scelta che ci è stata instillata sin da piccoli, sembra non riconoscere alcuna laicità, nei diritti altrui. Il freddo, irrigidisce la scrittura – figurarsi il pensiero, rendendo acerba, ogni possibile ovvietà, mentre il gelo sposa giacigli e anfratti obbedienti al sacrificio. Solo un battito perduto, quando l’ora esanime, sceglierà di consacrare l’ennesimo spettro sociale, invisibile senza speranze, in questa latrina di mondo, cui abbiamo contribuito a ovattarne le mura, circostanziati nel nostro bel calduccio, quasi certi che tutto ci è permesso.

In quelle rigide dimore a noi sconosciute, accerteremo il nome, la conseguenza, le ragioni. Distrattamente, la notizia ci sfiorerà senza ripercussioni, nel buonismo fagocitato dei telegiornali: un indigente, un senzatetto, un clochard, un barbone, un sinistrato, un senza fissa dimora, un homeless, uno schnorrer, un hobo … Qualunque sorta di terribile epiteto nel linguaggio, pur di non ammettere che era solo un essere umano come noi.

NESSUN COMMENTO

COMMENTA L'ARTICOLO