Una intervista di www.tempi.it, a Daniela Bandelli

VIOLENZA DOMESTICA E FEMMINICIDIO UN NEOLOGISMO SPESSO FRAINTESO

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Daniela Bandelli scrittrice, dice di se stessa: “studio il discorso politico, dei movimenti sociali e le rappresentazioni mediatiche sulle tematiche di genere e della famiglia. Ho conseguito nel 2016 un dottorato di ricerca con una tesi sulla violenza di genere e nel 2011 un Master’s Degree in comunicazione per il cambiamento sociale alla University of Queensland. Sono giornalista pubblicista dal 2006.

Sul suo prossimo libro dal titolo -Femicide, Gender & Violence-, in una intervista a www.tempi.it, curata da Caterina Giojelli, specifica: “Salta all’occhio, che gli esclusi dalla categoria di vittime di questa cosiddetta violenza basata sul genere sono i maschi eterosessuali. Quando parliamo di femminicidio di che cosa parliamo? Quando si inizia a parlare di femminicidio, con quale accezione e perché? Quali conseguenze porta la narrazione del femminicidio, l’omicidio di una donna in quanto donna? In base alle sue ricerche, ha senso parlare di violenza di genere? Ci sono altre categorie che andrebbero considerate quando si parla di violenza? Come viene affrontato l’argomento dalle istituzioni?

Queste le domande poste alla dottoressa Bandelli, sociologa, docente a contratto presso l’Università LUMSA di Roma.

Grazie alla illuminata ed indispensabile collaborazione della dottoressa Bandelli, il Centro Antiviolenza Bigenitoriale onlus ha avuto modo di approfondire tematiche strettamente inerenti la famiglia, quando essa separata, proponendo presso il Consiglio della Provincia autonoma di Trento, questo disegno di legge, volto ad istituire centri di consulenza multidisciplinare per la bigenitorialità, che ha poi ispirato le modificazioni al testo della LP 9 marzo 2010 nr. 6 “Interventi per la prevenzione della violenza di genere e per la tutela delle donne che ne sono vittime”, proposte depositate dal consigliere provinciale Filippo Degasperi, M5S, che, con la sua approvazione, riconosce, – proprio sulla scorta delle argomentazioni fonte di studio -, quali bersagli di violenza domestica anche gli uomini e i bambini, sino ad allora “esclusi” dal novero di potenziali “vittime”, come de resto lo sono nella legge n. 77 del 27 giugno 2013 successiva alla ratifica della convenzione di Istambul.

Ecco, l’intervista, completa alla dottoressa Bandelli.

“Quando si inizia a parlare di femminicidio, con quale accezione e perché? Per capire questo termine bisogna partire dal 1976 quando la studiosa femminista Diana Russell al Tribunale internazionale sui crimini contro le donne utilizzò il termine -femicide- per definire gli omicidi di donne in quanto donne avvenuti nel corso della storia: dai roghi delle streghe, all’infanticidio selettivo, al delitto d’onore. L’iniziale traduzione in italiano è stata -femmicidio- e “femicidio”, termini che però non hanno mai attecchito fuori dai movimenti femministi. La diffusione è invece avvenuta con il più recente “femminicidio”, che sebbene semanticamente legato al termine di Russell, è stato inizialmente proposto al pubblico come la traduzione del termine spagnolo “feminicidio”.

“Quest’ultimo fu coniato negli anni Novanta dal movimento femminile a Ciudad Juarez in Messico per richiamare l’attenzione sul rapimenti, stupri e uccisioni sistematici di donne in un contesto di totale mancanza di tutela, narcotraffico, e migrazione interna di lavoratrici”.

“Questi tragici eventi sono stati raccontati al grande pubblico dal film patrocinato da Amnesty International Bordertown con Jennifer Lopez e Antonio Banderas, uscito nelle sale italiane nel 2007. Nel 2008 l’avvocato Barbara Spinelli pubblica un saggio dal titolo Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale”.

“Nel 2011 Giuristi Democratici, insieme a una coalizione di organizzazioni tra cui ActionAid e la Casa Internazionale delle Donne, propongono il termine in un rapporto ombra sullo stato di implementazione della Cedaw (la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna, ndr). Nel 2012 -Se non ora quando- nella campagna -Mai più complici- esortano gli uomini di prendere posizione contro il -femminicidio-“.

“Allo stesso tempo, un’altra coalizione, guidata dall’Unione Donne Italiane (UDI), lancia la campagna “No More” per chiedere al governo di ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. Nel 2012 il neologismo si afferma attraverso un’ondata mediatica, in cui le mobilitazioni femministe si intreccia no alla campagna elettorale per le elezioni del febbraio 2013″.

“La crociata contro la violenza sulle donne diventa così un palcoscenico su cui vari soggetti politici acquisiscono visibilità. Si moltiplicano i libri, gli articoli, le trasmissioni televisive e radiofoniche sul tema della violenza maschile, che secondo la narrazione dominante va combattuta a colpi di cambiamento culturale e linguistico”.

“Quali conseguenze porta la narrazione del femminicidio, l’omicidio di una donna in quanto donna Innanzitutto il termine non ha un significato chiaro e condiviso: non vuol dire semplicemente omicidio di donna, non necessariamente implica che a commetterlo sia un uomo, non si riferisce solo a omicidi tra partner, oltretutto, in una delle sue accezioni originali in Sudamerica, il termine si riferiva a tutte le violenze contro le donne, non solo all’omicidio”.

“Va da sé che un quadro semantico così instabile crea confusione su un fenomeno complesso, quello della violenza, che invece ha bisogno di una comprensione puntuale, sia dagli addetti ai lavori sia dall’opinione pubblica”.

“Inoltre, il termine trascina con sé una particolare lettura della violenza sulla donna, quella di genere: nel momento in cui pronunciamo il termine -femminicidio- implicitamente attribuiamo a quell’omicidio delle cause legate al patriarcato e all’uguaglianza culturale”.

“Questa lettura di genere spiega la violenza sulle donne attraverso la lente del potere, spiega l’omicidio delle donne da parte degli uomini con la posizione sociale che l’uomo e la donna hanno in una determinata cultura. Diversi intellettuali all-estero e in Italia concordano nel trovare questa spiegazione parziale, nel senso che da sola non può spiegare tutti gli atti violenti sulle donne, tutti gli omicidi di donne. In pratica, la cultura sessista è una causa, ma non l’unica causa della violenza maschile sulle donne”.

“Oltretutto gli studi sui paesi del Nord Europa hanno dimostrato che una maggiore parità di genere non si traduce in un abbassamento dei tassi di violenza sulle donne. Questo suggerisce che sono anche altri i fattori e le letture da tenere in considerazione per capire e quindi affrontare il fenomeno con politiche pubbliche efficaci”.

“In base alle sue ricerche, ha senso parlare di violenza di genere? Ci sono altre categorie che andrebbero considerate quando si parla di violenza? I dati mostrano che le donne vengono uccise principalmente da uomini, gli uomini da altri uomini. Il contesto sociale più comune in cui le donne sono uccise è quello domestico. La violenza sulla donna quindi ha sicuramente delle specificità, ma queste non possono essere sempre e unicamente spiegate dalla categoria violenza di genere”.

“Questa categoria è utilizzata, anche nei documenti internazionali, come sinonimo di violenza sulla donna e sotto al cappello della -gender-based violence- vengono messi gli atti i più disparati: dall’omicidio, al linguaggio e le immagini cosiddette sessiste. Organizzazioni come l’Unesco precisano che per violenza di genere si intende anche la violenza contro le persone omosessuali lesbiche, bisessuali e transgender”.

“Nell’escludere i maschi eterossessuali, dalla categoria di vittime della violenza fondata sul genere si attuano una azione ed una classifizione, che in qualche modo risultano coerenti con l’impianto teorico del potere patriarcale: non si può essere vittima della violenza di genere se al contempo si fa parte della categoria del dominatore”.

“Queste vittime vengono accolte in una diversa categoria: quella di Violenza Domestica o Violenza tra Partner (Intimate Partner Violence) dentro alla quale c’è spazio per analisi che prendano in considerazione fattori non solo legati alle relazioni di potere, al genere, ma anche fattori sociali, psicologici, dinamiche relazionali, la storia dei soggetti coinvolti, e così via”.

“Tra l’altro è la stessa Convenzione di Istanbul a distinguere la violenza di genere da quella domestica, chiarendo che vittime di violenza domestica possono essere donne, uomini e bambini (in forma diretta o assistendo alla violenza tra gli adulti)”.

Come viene affrontato l’argomento dalle istituzioni? L’approccio dominante delle politiche adotta la categoria del genere. Pensiamo alla legge n. 119 del 15 ottobre 2013, ideata in risposta al clima emergenziale del femminicidio: la legge, che per l’appunto si intitola -disposizioni urgenti per il contrasto della violenza di genere- prevede un -piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere-“.

“Nella stessa logica, l’Intesa tra il Governo e le Regioni, le Province autonome di Trento e di Bolzano e le autonomie locali del 27 novembre 2014 relativa ai requisiti minimi dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio, definisce -i Centri antiviolenza- come -strutture in cui sono accolte – a titolo gratuito – le donne di tutte le età ed i loro figli minorenni» e stabilisce che tali centri debbano -avvalersi esclusivamente di personale femminile adeguatamente formato sul tema della violenza di genere-. Da ultima, è stata istituita a gennaio un’apposita Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere”.

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