Sardegna: la storia, di Ornella Piredda

DENUNCIARE NON CONVIENE MAI

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Questo, è un articolo tratto da: “www.produzionidalbasso.com”.

“Denunciare non conviene mai. Si paga un prezzo talmente alto che capisco chi non lo fa. Questa è la storia di Ornella Piredda, una donna che ha deciso di affrontare coraggiosamente la sua battaglia contro la corruzione, pagando in prima persona. Nonostante questo, lo Stato e le istituzioni l’hanno abbandonata ed è per questo che ha bisogno del tuo aiuto/contributo per sostenere le spese dell’appello e riappropriarsi della sua vita”.

La storia
“Mi chiamo Ornella Piredda e sono un ex funzionario del Consiglio Regionale della Sardegna, dal 2014 in prepensionamento per inabilità totale e permanente. Prima di perdere quasi del tutto la vista sono stata testimone di comportamenti immorali – ritenuti in seguito illegali – da parte dei gruppi consiliari regionali con cui lavoravo. Per questo ho deciso di denunciarli in procura ma da quel momento ho iniziato a subire ogni genere di ritorsione, fino al punto in cui la mia vita personale e professionale è cambiata radicalmente”.

Non chiamatemi eroina: “quando ho fatto questo gesto sapevo che mi avrebbe danneggiato e in diverse occasioni ho avuto molta paura. Tuttavia, la mia coscienza, i valori in cui credo, hanno deciso per me senza concedermi altre possibilità”.

Ma andiamo per ordine: “la mia storia è iniziata nel 2005 quando, dopo diversi anni di lavoro per vari gruppi consiliari della Regione Sardegna, sono stata trasferita al gruppo Misto e mi sono accorta che i bilanci del Consiglio venivano redatti senza includere alcuna rendicontazione che giustificasse le spese dei membri”.

Non solo: “ogni mese ciascun consigliere riceveva un fisso di 2700€ per coprire in maniera forfettaria le spese extra, come fosse un piccolo stipendio aggiuntivo. Una cosa da non credere! Cercando di proteggere i consiglieri per cui lavoravo, confluiti nel gruppo Misto, ho scoperto a poco a poco un sistema deprecabile che funzionava così da tempo e da cui tutti traevano vantaggio”.

Io ero esterrefatta ma gli altri non la pensavano come me: “mi consideravano -l’esagerata-, -quella che rompe le scatole-, e in breve tempo sono stata emarginata. Mentre cercavo in ogni modo di oppormi a questo meccanismo scorretto, i toni si sono alzati e le ritorsioni nei miei confronti non hanno tardato a sopraggiungere. Inizialmente sono rimasta due mesi senza stipendio, poi sono stata demansionata, con una decurtazione notevole del compenso. Poi sono sparite dal conto ferie che non avevo ancora goduto e infine mi hanno tolto la possibilità di lavorare, assegnandomi una scrivania in uno sgabuzzino senza darmi né pc né telefono. Non avevo neppure timbri e la carta intestata. Esasperata da questa situazione ho deciso di presentare denuncia in procura”.

Evidentemente quello che avevo scoperto non era soltanto immorale ma anche profondamente illegale: “la prima tranche delle indagini si è conclusa con la condanna per peculato che va dai due ai sei anni di reclusione per una ventina di consiglieri regionali. L’inchiesta sarda ha poi permesso alle procure di muoversi in altre Regioni e il caso delle -Spese Pazze- nei consigli regionali- si è allargato a macchia d’olio facendo emergere un sistema diffuso di utilizzo illecito di fondi pubblici in tutta Italia”.

“Oggi altri due filoni di inchiesta continuano, con arresti e rinvii a giudizio, per un totale di circa 120 consiglieri regionali e funzionari sardi coinvolti. In questi anni cittadini italiani e stranieri hanno manifestato la loro stima e vicinanza, ringraziandomi per aver innescato la scintilla che ha portato alla luce una pratica sistematica di appropriazione indebita di denaro pubblico. Stiamo parlando di cifre esorbitanti, di centinaia di milioni di euro che lo Stato ha risparmiato e che avrebbe potuto investite per il bene comune”.

“Eppure, nonostante questo, proprio lo Stato non mi ha tutelata. A febbraio 2017 il giudice ha ritenuto l’insussistenza dei maltrattamenti da me subiti escludendo il risarcimento dei danni. Come se non bastasse ho dovuto vendere la mia casa perché non potevo più permettermi il mutuo – a poco sono serviti i 16.000€ di compensazione retributiva versati dopo la vittoria della causa civile per la decurtazione dello stipendio. Inoltre la mia maculopatia degenerativa e irreversibile è peggiorata anche a causa della depressione che mi ha assalita. Oggi mi è stata riconosciuta una cecità civile, vivo una vita da reclusa con la pensione contributiva e con 200 euro di indennità mensile”.

“Ho presentato la mia domanda di accompagnamento ma è stata rifiutata per ben tre volte. Ma non voglio essere considerata un’eroina né, tantomeno, una vittima. Mi chiamano -whistleblower- (chi suona il fischietto) e questa parola strana, incomprensibile, racchiude il senso della mia scelta. In Parlamento, fermo da tempo, c’è un ddl che dovrebbe tutelare quelli che si trovano nella mia stessa situazione. Ma il testo è inefficace e non prevede – tra le altre cose – premi per chi denuncia proporzionali a quanto lo Stato risparmia. Questo è un elemento indispensabile per incoraggiare le persone a denunciare e per salvarle dal fallimento della loro vita”.

“Mi chiamano -whistleblower- ma questa parola in Italia non ha ancora alcun senso. Purtroppo”.

Grazie al tuo contributo
Ornella e altri onesti cittadini che hanno denunciato corruzione, frodi e truffe ai loro danni, si sentiranno finalmente protetti. Ornella saprà di poter contare su un sostegno concreto, in assenza di quello delle istituzioni. Ogni volta che un cittadino onesto viene abbandonato dallo Stato saprà che i suoi concittadini interverranno. Chi denuncia la corruzione potrà uscire da quel clima da caccia alle streghe, sapendo di non dover sacrificare la propria vita in nome di una collettività che talvolta disprezza le acque pulite e preferisce il fango.

In questo video, del programma “L’aria che tira” di “La7”, ulteriori informazioni su questa vicenda.

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