Reggio Calabria: i carabinieri del Ros, arrestano 116 persone

ORGANICHE A 23 COSCHE

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Rocco Morabito (uno dei figli del boss Peppe -tiradritto-) in poche parole che sono state intercettate diceva: “lo Stato qua sono io. La mafia originale… non quella scadente”. Affermazioni eloquenti, che danno la misura della tracotanza della ‘ndrangheta che tenta di diventare alternativa allo Stato, in un territorio fortemente attraversato dalla sua asfissiante presenza la quale concretamente si traduce con una pressione martellante.

I carabinieri del Reparto operativo speciale però, questa mattina hanno posto termine insieme ad i colleghi del Gruppo di Locri, delle Compagnie di Bianco e della stessa Locri, coadiuvati dal reparto operativo di Reggio Calabria, alle attività della criminalità. Andando a ritroso nel tempo, riprendendo vecchie indagini, aggiornandole sulla base di nuovi spunti hanno dato materiale alla Direzione distrettuale antimafia reggina che ha potuto emettere un provvedimento di fermo nei confronti di 116 persone, ritenute tutte elementi di vertici di 23 cosche operanti nel -mandamento- ionico della ‘ndrangheta, indagandone al contempo 291 in stato di libertà.

Quello ionico, il mandamento preso di mira quest’oggi, come riferisce il generale Giuseppe Governale (comandante del Ros): “rappresenta il cuore pulsante della ‘ndrangheta mondiale. Si tratta di una organizzazione con al proprio interno, anche tribunali chiamati a giudicare gli affiliati sospettati di tradire i principi della faida”.

Addirittura, un 15enne si recò a casa del boss Antonio Cataldo per consegnare ai congiunti (moglie e figlia) una lettera con la quale chiedeva l’affiliazione alla famiglia.

Il minore, scriveva: “chiedo a voi di essere affiliato e di ritenermi a disposizione della vostra famiglia”.

L’operazione trae il suo nome, appunto “Mandamento” dalla coincidenza con il luogo geografico (lo ionio) in cui opera, una zona dove le cosche dominavano tutto. Ogni affare o appalto era cosa loro, riuscivano sempre ad allungare la loro longa manus. Quando gli era impedita una gestione diretta, si inserivano nel sistema gestendo il traffico derivante dalle estorsioni, ovvero imponendo le proprie ditte negli appalti. Tutto ciò, avveniva bypassando le comunicazioni istituzionali, obbligatorie in questi casi.

Il procuratore capo di Reggio Calabria, il dottor Federico Cafiero De Raho, ha riferito: “nel 2017 assistiamo a forme di schiavizzazione e di controllo del territorio tali che diventa persino difficile credere che possano essere attuati. Le cosche erano riuscite ad infiltrarsi persino nei lavori per la realizzazione del nuovo Palazzo di giustizia di Locri, dell’ostello della gioventù, del centro di solidarietà Santa Marta e di istituti scolastici, nonché nella gestione di terreni pubblici e nell’assegnazione degli alloggi popolari. Ma non solo appalti e lavori pubblici finivano nelle mani delle cosche”.

Dalle carte dell’inchiesta, si nota l’emersione della posizione di Rosario Barbaro detto -Rosi- a capo della consorteria di Platì che attuava un controllo nei confronti degli operai del -Consorzio di bonifica dell’Alto Jonio Reggino-. La forza lavoro, anzichè prestare la propria opera nel Consorzio per la bonifica del territorio (che li retribuiva), veniva indebitamente utilizzata per effettuare lavori edili di manutenzione nelle proprietà del boss.

Non passavano sotto traccia, nemmeno i contributi comunitari per l’agricoltura, che riuscivano ad essere canalizzati nell’immenso calderone degli affari delle ‘ndrine.

Per questa indagine i carabinieri e la Dda reggina, hanno ricevuto i complimenti dei ministri dell’Interno e della Difesa Marco Minniti e Roberta Pinotti, essi hanno sottolineato: “ha consentito di definire il complesso sistema di regole e rituali della ‘ndrangheta, aggiornando le acquisizioni sul tema provenienti dall’indagine -Crimine-, individuando nuove cariche, doti e strutture sovraordinate di cui l’organizzazione si era da dotata ultimamente per migliorare la sua efficienza operativa”.

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