Dopo la revoca della sua condanna a 10 anni, parla Bruno Contrada

LO HA FATTO, NEL CORSO DI UNA CONFERENZA STAMPA

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Sono trascorsi 25 anni, un quarto di secolo intriso di sofferenza patita da Bruno Contrada. L’ex funzionario del Sisde, dice di esser sempre stato consapevole della propria innocenza, così come di aver servito con onore la Patria, le istituzioni e lo Stato. Ora finalmente, arriva l’assoluzione, dall’Italia e dall’Europa.

Bruno Contrada, ha commentato a caldo con la voce rotta dalla commazione e visibilmente provato, la sentenza con cui la Suprema Corte di Cassazione ha revocato la sua condanna a 10 anni, che fu accusato a suo tempo di concorso in associazione mafiosa.

“Ho sofferto molto e molto più di me – aggiunge – ha sofferto la mia famiglia. Il mio pensiero va a tutti loro, che mi sono sempre stati sempre vicini. Il mio onore? Non l’ho perduto mai, ho sempre camminato a testa alta perché ho sempre e solo fatto il mio dovere”.

“Non odio nessuno, semplicemente se incontrassi i miei accusatori, cambierei strada. Quello che sento verso chi si è comportato male con me è solo disprezzo, dove per disprezzo intendo mancanza di apprezzamento”.

“Contro di me ci sono solo invenzioni di efferati criminali pagati dallo Stato, capaci di passare sopra al cadavere della madre pur di uscire di galera o accuse suggerite loro da uomini che neppure voglio definire – ha aggiunto -. Le carte dei miei processi – ha aggiunto – si dovrebbero raccogliere in un libro per gli studenti di Legge intitolato ‘Come costruire un processo sul nulla’. C’è chi sbrana – ha concluso – e chi si contende i resti del cadavere: avvoltoi, corvi e iene”.

Queste esternazioni sono state rilasciate da Contrada, mentre durante una conferenza stampa, ha potuto commentare la sentenza della Cassazione.

Stefano Giordano, il suo legale, ha riferito: “abbiamo già chiesto al Consiglio di Stato, che Contrada venga reintegrato. Al momento il mio assistito è un incensurato. La Cassazione ha annullato tutti gli effetti penali della sentenza, ad esempio l’interdizione dai pubblici uffici”.

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