Un ricordo di Rossana Jane Wade, uccisa il 2 marzo 1991 a 19 anni

L'ALLORA FIDANZATO ALEX, LA STUPRO', DOPO AVERLA FINITA, LA ABBANDONO' IN UNA STAZIONE FERROVIARIA

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Articolo, tratto da: “www.mammecoraggio.wordpress.com”.

Ho qui dinnanzi a me le foto di una giovane donna. Splendida. Un volto dai lineamenti delicati, degni d’un cammeo d’altri tempi, una voluminosa cornice di capelli corvini, lo sguardo luminoso che sembra dire: “vedrete cosa vi combino, ho tutta la vita davanti, un mondo di cose da conquistare. Il suo sorriso è spontaneo, leggero, appassionato, buca la fotografia ormai ingiallita dal tempo, sembra desiderare raggiungerti per raccontare i suoi sogni. E ci riesce”.

“Giro e rigiro con questa immagine tra le dita, le sorrido a mia volta ed ho quasi paura di farle male per quanto appare fragile. E mentre io sono qui, più viva che mai, a questa meravigliosa ragazza è stato spento il sorriso. In una maniera orrenda, animalesca…”.

“Rossana è stata barbaramente uccisa, stuprata, torturata e strangolata. Abbandonata, lasciata marcire tutta sola, come se fosse spazzatura… lei, così amata ed apprezzata in famiglia, lei raggio di sole, allegria, bellezza per chi la teneva sulle palme di entrambe le mani. E nel suo paese, erano in tanti a volerle bene. Era impossibile non volergliene”.

“Solo un -essere- che non mi sento di chiamare uomo, solo un essere l’aveva odiata e lei, proprio quell’uno, malvagio, perfido, nero fin nel fondo dell’anima, proprio quell’uno si è fermata a frequentare. La sua malvagità ha oscurato i suoi raggi, le sue cesoie infernali hanno reciso il suo stelo delicato…”.

“Quell’uno, che ora attraversa la sua città, libero come il vento, che può ogni mattina risvegliarsi e guardare fuori dalla finestra il nostro meraviglioso mondo, che può ricevere l’attenzione degli altri, andare a lavorare, divertirsi, ridere. Ridere. Ma può ancora ridere uno così? Rabbrividisco…”.

“Quanto vale la vita di una ragazza che era la speranza di sua madre, la luce degli occhi per il papà, l’allegria per i fratelli? Quanto vale la vita di Rossana? Quanti anni di galera? Ve lo dico io… tra sconti di pena, sconticini, saldi e salducci vari… da 31 anni di pena, si è passati a 23 e poi… udite, udite… alla fine 12 anni”.

Dodici anni di galera: “questo vale la vita di Rossana. Così poco? Non vi meravigliate: bisogna considerare, tra le altre cose, la buona condotta dell’uno in questione, so che mi perdonerete, ma non riesco per lui ad usare un termine che si avvicini minimamente all’idea di umanità, per me chiamarlo uno è già eccessivo. Un uno che purtroppo nella realtà di tutti i giorni diventa cento, mille e più… mille uno che deturpano la vita di moltissime donne… che si permettono, a volte impunemente, di decidere della loro storia che vogliono ingordamente solo per sé, ferite, umiliate… distrutte”.

“Era bella, ma anche tenera ed affettuosa. Amava la sua famiglia, la sua città, i suoi amici… le piaceva trascorrere le sue giornate in compagnia. Sapeva esprimere il suo affetto attraverso tanti piccoli gesti quotidiani. Quando si tratteneva fuori casa, anche per un sol giorno, inviava alla madre una cartolina… una tenerezza per esprimere il suo amore verso la donna che le aveva dato la luce ed una maniera per condividere il proprio tempo, le proprie emozioni. Amava molto anche gli animali… il suo gattino, a cui ne combinava di tutti i colori… ora anche lui non c’è più”.

“Aveva frequentato un anno dell’Istituto alberghiero, ma poi aveva deciso che era più predisposta per lavorare. E come era attiva! Rossana cercava la sua strada… era giovane… aveva tutta una vita davanti”.

E non si lesinava: “prima parrucchiera, poi cameriera e poi tante altre cose ancora… fino a quando non trovò un vero sogno, una vocazione… entrare in Polizia. E poco prima di essere uccisa, aspettava che uscisse il concorso. Oggi sarebbe qui, forse vestita proprio con la divisa da poliziotto. Quella divisa che era divenuta la sua aspirazione. Aveva diciannove anni, era il 1991 quando quell’uno decise che no, Rossana non avrebbe più dovuto sognare. Perchè in quei sogni da ragazza per lui non c’era più posto”.

“Per due anni l’uno è stato il ragazzo che accompagnava Rossana, che si era insinuato nella sua quotidianità e non aveva mai accettato di uscirne. Capita a tantissimi giovani, a molti adulti, di percorrere un tratto di strada insieme e poi di capire che, ad un certo punto, la strada diviene bivio ed al bivio ognuno deve percorrere il resto da solo”.

Questo desiderava Rossana

“Si era accorta che quell’uno non le bastava, al contrario, la opprimeva, la sua presenza le serrava la gola, non la faceva respirare. Il fiato sul collo. Se lei era pelle, lui diveniva la sua seconda pelle, se lei era vestito, lui diveniva un cappotto avvinghiante”.

Il fiato sul collo

“Sul volto, sui capelli, sul corpo… ovunque. Il suo fiato… e non riuscire a respirare più col suo respiro. Non riuscire più ad accennare un sorriso. Una paura sorda, un sesto senso allertato…”.

“Una storia avvoltolata nella gelosia dell’uno, nella sua presenza non più gradita. Rossana sognava di fare il poliziotto e chissà, io credo, forse desiderava un uomo vero, un ragazzo che non fosse quell’uno. Che ci sarebbe stato di male? Nulla. Per noi, ma non per quell’uno”.

Rossana, fiore reciso senza pietà

“E mentre i genitori, i fratelli, gli amici ancora la piangono, ancora si recano a portarle un fiore, a raccontare sulla sua lapide, le loro gioie e i loro dolori, l’assassino, ripulito inamidato ed improfumato dalla buona condotta, vive”.

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