Nella serata di oggi 12 maggio 2025, alle 21.20 su Rai3 è iniziato il programma ‘Lo Stato delle Cose’ condotto dal giornalista Massimo Giletti.
Durante la trasmissione dopo le ore 22.20, è stata ospite la donna palermitana Barbara Bartolotti che il 20 dicembre del 2003… aspettavo l’arrivo del mio terzo figlio… tutto era perfetto nella sua vita, aveva un lavoro, era impiegata in un’impresa edile, ed aveva un marito e due figli… tra i tanti colleghi, Giuseppe Perrone è il geometra con cui doveva interfacciarsi di più… di primo pomeriggio squilla il telefono, è lui. “Che strano” – pensò – “che vorrà di sabato?”, ma rispose, ligia al suo dovere si è sempre dimostrato molto gentile ed educato, di poche parole, mai un eccesso o un segno di squilibrio… al cellulare lo sentì’ agitato, pensò subito che fosse successo qualcosa al lavoro, ma lui non dà spiegazioni dettagliate, le chiese solo di incontrarsi, insiste e la sua inquietudine la spinse ad accondiscendere… non aveva motivo di sospettare nulla che riguardasse la sua incolumità, era persona di fiducia sul posto di lavoro, le venne spontaneo assecondarlo.
Ecco come prosegue il racconto di Barbara Bartolotti
Quando ci troviamo mi fa salire in macchina, parte, dopo qualche minuto gli chiedo di accostare per chiamare mio marito, anche se ancora non realizzo il pericolo. Parlo con lui che si trova al circo con i nostri bambini e mio padre e lo avviso di questa mia uscita. Non faccio quasi in tempo a riattaccare che sento un colpo alla testa. Il primo di una serie.
Mi porto le mani al capo, vedo il sangue che comincia a colare, mi giro e lo scorgo con in mano un martello con cui si accanisce nuovamente su di me infierendomi altri colpi. Cado a terra, lui prosegue a calci e pugni e ripete: “Non posso averti, meglio ucciderti”. Non ancora soddisfatto, prosegue nel suo intento. Nella sua mano compare un coltello con cui mi colpisce al ventre squarciandolo, mettendo fine alla vita di mio figlio, meravigliosa creatura mai nata.
A questo punto va verso l’auto, penso e spero che abbia finito, ma mi sbaglio. Lo vedo tornare con una tanica e ora ho l’assoluta certezza che mi vuole morta. Comincia a versarmi il liquido infiammabile addosso e, una volta svuotato il contenitore, mi dà fuoco. Tutto di me brucia, i miei capelli, la mia pelle, la mia carne. Non so con quale lucidità realizzo che l’unica possibilità di salvezza che mi rimane è il fingermi senza vita. Così è, convinto di aver portato a termine il suo obiettivo, il mio aggressore se ne va lasciandomi a terra con le fiamme vive ad avvolgermi il corpo.
Nonostante fossi pervasa dal dolore, ebbi la forza di spegnere le fiamme, alzarmi e cercare aiuto. Attraversai la barriera di filo spinato che separava la via in cui mi trovavo dall’autostrada, nella ricerca disperata di aiuto. Finalmente una coppia di ragazzi, che io considero angeli inviati dal cielo, incrociò il mio percorso, mi raccolse e mi portò in ospedale. Non so con quali forze mantenni lo stato di coscienza, quel tanto che bastò per consegnare il nome di Giuseppe Perrone ai sanitari, dopodiché entrai in coma. Trascorsero nove giorni prima che tornassi in quel che era rimasto di me.
Il mio inferno era appena cominciato, al centro grandi ustioni di Palermo subii trattamenti dolorosissimi per far sì che la mia pelle bruciata potesse rigenerarsi. Prelevarono lembi da diverse parti del corpo dove la cute era ancora intatta per innestarle sulle lesioni maggiormente profonde. La sopportazione del male durante le sedute di fisioterapia per permettere ai tessuti di rimanere elastici era al limite delle mie possibilità di resistenza.
Non potei godere nemmeno del diritto di una giusta pena: Perrone si avvalse del rito abbreviato, e nonostante i capi di imputazione che gli furono riconosciuti (tra cui tentato omicidio con l’aggravante della premeditazione e l’interruzione di gravidanza, oltre alle sevizie operate con estrema crudeltà) che avrebbero dovuto portare a un totale di circa cinquant’anni di carcere, la sentenza indicò un verdetto definitivo di quattro anni di reclusione per una serie di attenuanti generiche e il rito abbreviato. Avete letto bene: quattro anni. Alla fine trascorse qualche mese agli arresti domiciliari, perché beneficiò pure dell’indulto. Oggi è un uomo libero, sano, sposato e con figli. La mia esistenza è ripartita nel momento in cui ho riaperto gli occhi e ho deciso che la mia voglia di vivere mi avrebbe salvata.
Quattro anni dopo è nata mia figlia Federica, il mio riscatto, l’affermazione concreta della mia forza. Mi voleva morta, ma io sono viva… libera di vivere.


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