Testo pubblicato ieri… tratto dalla Pagina Facebook del giornalista Salvo Sottile (https://www.facebook.com/salvosottile).
L’ultima barricata arriva tra il deposito della perizia della genetista Denise Albani e l’udienza finale dell’incidente probatorio, in calendario giovedì a Pavia: cioè, tra il momento in cui diventa pubblico il documento che riconduce alla linea paterna dell’indagato Andrea Sempio il dna rilevato nel 2007 su due unghie di Chiara Poggi e quello che cristallizzerà questo risultato come fonte di prova. Ed ecco che i legali e i consulenti di genitori e fratello della ragazza uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007, ostinati avversari dell’ultima indagine fin dal principio, passano al contrattacco.
L’annuncio lo ha dato l’altra sera a Quarto Grado Dario Redaelli, ex poliziotto della Scientifica di Milano ingaggiato come consulente dai Poggi: «Recentemente ho fatto indagini per conto della famiglia su tutti gli oggetti che Chiara indossava il giorno in cui è stata assassinata. Sono stati conservati come fossero reliquie. Sono delle attività che useremo nel momento in cui lo riterremo opportuno».
Poco importa, come fanno notare fonti investigative, che gli esiti di queste analisi sarebbero inutilizzabili pure se dovessero evidenziare profili biologici di Sempio: manca la tracciabilità sulla catena di custodia, nonostante il «perfetto stato di conservazione» asserito dal consulente. Né che questo supplemento di esami fa-da-te appare come manovra di disturbo.
«Alcuni di questi oggetti — prosegue Redaelli — non sono stati analizzati: il ciondolo alla cavigliera, il dente di squalo e la catenina che aveva al collo, gli orecchini. Furono fatte indagini parziali». Affermazioni che, in diretta, avevano messo in imbarazzo l’ex generale Luciano Garofano, l’allora comandante dei Ris che scartò quegli accessori imbrattati di sangue dal materiale da portare in laboratorio.
«Si prende quello che può essere utile all’indagine — si era giustificato in tv — non si analizzano cento reperti su una scena ma solo quelli su cui speri di avere un risultato».
L’avvocato Gian Luigi Tizzoni, storico legale dei Poggi, non batte ciglio: «Stiamo facendo molte cose — spiega — tra le quali anche analizzare gli oggetti restituiti ai familiari, i giudici del primo appello ce li negarono».
E la gip Garlaschelli, lamenta la difesa dei Poggi, ha escluso quei reperti dall’incidente probatorio, nonostante non potesse fare altrimenti. Toccherà, dunque, a Redaelli. Che già nell’Appello bis, quello che nel 2014 condannò Alberto Stasi, aveva lavorato al caso. Per l’accusa… ebbe la delega della pm d’aula Laura Barbaini a lavorare sulle foto delle bici sequestrate ed a sentire a verbale i proprietari.
Oggi, ingaggiato dai Poggi, dice: «Abbiamo sempre manifestato uno spirito collaborativo e avremmo voluto metterci a disposizione di chi sta svolgendo le indagini ma siamo sempre rimasti ai margini».
La consulenza e l’integrazione prodotta da Redaelli e dal dattiloscopista Calogero Biondi sull’impronta “33” va contro le conclusioni della Procura, che l’attribuisce a Sempio. E la linea dei legali dei Poggi durante l’incidente probatorio ha indotto il sostituto procuratore Stefano Civardi a citare Roberto Vannacci: «Mi devo confrontare con questo mondo al contrario».
Fonte: Massimo Pisa Estratto Repubblica!


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