Dal caso Weinstein, a: #quellavoltache di Giulia Blasi

PERCHE' DOVREMMO ESSERE TUTTI, DALLA PARTE DI ASIA ARGENTO

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Giulia Blasi (scrittrice), sullo spunto del caso legato al produttore americano Harvey Weinstein ed una paradossale messa alla gogna mediatica, dell’attrice Asia Argento accusata in rete dai cosiddetti “leoni da tasiera” per non aver denunciato subito i disturbi subiti, ha lanciato l’hastag #quellavoltache.

Sul suo Blog personale, la Blasi riporta le vicende più tristi (perchè di questo si tratta) di donne che non avrebbero voluto e con la “forza” hanno subito e scrive ad esempio: “Perché non hai parlato? Perché non hai detto niente? Perché non hai gridato, perché non hai denunciato, perché non ti sei ribellata, perché non l’hai preso a calci nelle palle? Quando una donna parla di molestie, stupro, situazioni in cui si è sentita forzata, la domanda contiene la risposta. Non ha parlato perché nessuno, in fondo, le avrebbe dato credito”.

“#quellavoltache è un progetto narrativo estemporaneo per raccontare le volte in cui siamo state molestate, aggredite, ma anche le volte in cui ci siamo sentite in pericolo e non sapevamo bene perché, e ci davamo delle cretine per esserci messe in quella situazione. Avete qualcosa da raccontare? Usate #quellavoltache su Twitter, Facebook, Instagram, il vostro blog, Medium, dove vi pare. Dite a tutti come vi siete sentite, cosa avete pensato, perché non avete parlato, e se avete parlato, cosa è successo poi. La mia storia, piccolina e banale, è questa”.

E l’iniziativa #quellavoltache, ha trovato immediata la concordia di chi non aveva voce nascondendo per tanto, troppo tempo il dolore, sono venute fuori così alcune vicende giunte attraverso i diversi mezzi di contatto, c’è chi ha riferito di abusi subiti a 5 anni ma di non poterli ancora raccontare ora che ne ha 50, o quando da adolescente ad una festa per poter uscire, una ragazzina fu costretta a baciare uno dei suoi due amici (?) che l’avevano rinchiusa.

Secondo la Blasi, non è difficile in un rapporto definire se vi sia o meno consenso, dove questo finisca ed incominci con certezza l’abuso. Se il potere, non è equilibrato e detenuto solo da una parte non può esserci accordo. Dunque prendendo a riferimento il pensiero femminista esistente negli Stati Uniti, ne consegue che l’intesa può solo essere quella entusiasta. Un si coscienzioso, espresso con autentica felicità.

Quindi, non può esserci alcun consenso se: “sono ubriaca e non pienamente in me stessa, o anche se in qualsiasi modo sono stata forzata, spinta e convinta”.

Per la narratrice, in Italia le vittime sono diventate colpevoli perchè quì da noi non si possono neppure fare i nomi. Ed infine c’è un argomento retorico comune, ormai fatto proprio da tutti accettato e radicato secondo cui è normale che una donna debba “fare sesso” per accedere al mondo del lavoro o ritagliarsi un ruolo.