“I pisci lassamuli stari…, non riesco a essere dantesco”

COSI' HA RISPOSTO IL SINDACO DI MESSINA, AVVOCATO CATENO DE LUCA, A DUE DELLE 91 FIRMATARIE DI UNA LETTERA DIFFUSA DA ALCUNE DONNE MESSINESI CHE LO ACCUSANO DI MISOGINIA, OVVERO IDA FAZIO E LUCILLA RISICATO

275

“I pisci lassamuli stari…, non riesco a essere dantesco… -non ragioniam di lor ma guarda e passa-“! Così ha risposto il sindaco di Messina avvocato Cateno De Luca, a due esponenti di un Gruppo femminile che attraverso un documento lo hanno definito misogino.

Ecco, il testo: “controreplica alle precisazioni di Ida Fazio e Lucilla risicato in merito alla nota firmata dalle 70 donne. Mi trovo costretto a replicare alle precisazioni formulate da due docenti universitarie a seguito della mia nota di risposta alla lettera delle 70 concittadine messinesi che mi hanno accusato di avere una visione maschilista, bigotta, pruriginosa e patriarcale della sessualità femminile per il sol fatto di avere pubblicato le foto di ciò che viene rinvenuto in occasione dei controlli eseguiti nelle case di appuntamento. E non posso che stupirmi ulteriormente dei contributi che codeste illustre docenti, Ida Fazio e Lucia Risicato, hanno apportato alla discussione, domandandomi se non sia il caso di avviare un corso universitario di esegesi della prostituzione finalizzato a convincermi di quella che sembra essere la tesi sostenuta sia dalle docenti che dalle firmatarie, secondo le quali esiste una prostituzione libera e consapevole, moralmente accettabile e che costituisce espressione di libertà sessuale e personale, ed una prostituzione indotta, causata da condizioni fisiche o morali di sudditanza, che invece deve essere avversata”.

“E che comunque, ad accomunare entrambe queste forme di prostituzione, vi sia una forma di rispetto per chi pratica la prostituzione che si tradurrebbe, nella sostanza, nel divieto di pubblicare gli oggetti rinvenuti nei luoghi di esercizio dell’attività, lecita e morale in alcuni casi, illecita e immorale in altri”.

Ma questo ragionamento, così pervicacemente sostenuto in queste ore dalle firmatarie e rilanciato dalle docenti universitarie, denota una aporia logica che lo porta al suo fatale collasso: “se la prostituzione è pratica ammessa, lecita e legittima, quale male vi sarebbe a pubblicare gli oggetti che vengono rinvenuti nei luoghi del piacere a pagamento? E viceversa, se la prostituzione ed il suo sfruttamento, costituiscono pratica illecita e illegale, quale reato si commetterebbe a documentare ciò che viene rinvenuto nei luoghi in cui questo reato si è consumato? In entrambi i casi la risposta è condizionata dall’errore di fondo sul quale si basa il ragionamento delle mie peroranti. Perché non ha alcun senso sostenere che la prostituzione di Stato è stata abolita in quanto pratica illegale, se al contempo non si ammette che in uno Stato fondato davvero sui valori della libertà, della democrazia e dell’uguaglianza, non vi dovrebbe mai essere alcun mercimonio fondato sul corpo umano”.

“Del resto, non posso fare a meno di chiedermi dove siano state in queste settimane queste donne -democratiche, le femministe, che non hanno mai fatto mancare alle prostitute sostegno, assistenza legale, solidarietà per sconfiggere lo sfruttamento, senza mai entrare nella questione delle loro personali scelte di vita- quando venivano eseguiti i controlli nella case di alcuni benestanti messinesi, come mai non si siano mai fatte avanti per prestare sostegno alle ragazze che venivano trovate dentro le case di appuntamento, perché non abbiano mai preso contatto con la Polizia Municipale per sapere che cosa sarebbe loro successo dopo i controlli. Forse la vicinanza ed il sostegno sono stati sentimenti che sono rimasti custoditi nell’intimità dei loro pensieri, senza trovare un modo per manifestarsi all’esterno”.

“Non sono stato certamente io a fare un distinguo di merito sulle donne, né su chi esercita la prostituzione, ed anzi rivendico con forza di avere promosso un’attività che, mi auguro, possa affrancare ogni donna dal giogo di una pratica di mercificazione del corpo che viene subita e mai, per quanto emerso fino ad ora, rivendicata come una libera scelta. Anche l’accusa che mi viene mossa, secondo la quale io avrei usato toni -maschilistici- nella comunicazione della campagna anti prostituzione, la respingo al mittente rammentando a me stesso che ciascuno è solito utilizzare sugli altri il metro del giudizio che esercita su di sé. Così come la malizia non è nelle cose in sé ma negli occhi di chi guarda, non posso non rilevare che di quanto oggi mi è stata mossa accusa non vi è alcuna traccia nelle espressioni da me utilizzate, e devo concludere che le fotografie degli oggetti, della biancheria intima e dei soldi sequestrati nelle case di appuntamento abbiano evocato nelle mie concittadine ideazioni che le hanno evidentemente turbate, forse facendo affiorare un pensiero inconfessato anche a loro stesse”.

“Per cui io, proprio perché di tutto ciò che facciamo mi limito a fornire una testimonianza diretta ed immediata, scevra da filtri moralistici e non falsata da elucubrazioni mentali, se un giorno rinvenissi in un banco del pesce, esposto in bella mostra, un reggiseno, o se in occasione di un blitz, dovessi rinvenire -un pesce in un lupanare- non congetturerei -perversioni sessuali ittiche e gastronomiche- ma mi farei una sincera risata pensando a chi, alla vista di meri oggetti, vi associa pratiche sessuali perverse, perdendo di vista il senso ultimo e concreto delle cose, che costituiscono gli strumenti attraverso i quali noi stessi viviamo la nostra esistenza, senza tuttavia identificarci in essi… non sono io a pensare che la dignità di una donna sia identificata negli oggetti che vengono rinvenuti in una casa di appuntamento, ma chi dalla visione di tali oggetti ha tratto lo spunto per ritenere che le cose raffigurate nelle immagini racchiudano e limitino – mi sia concesso dirlo – l’essenza delle persone che se ne sono servite”.