Barbara Piattelli, un inferno lungo 343 giorni: il racconto del sequestro (avvenuto nel 1980) più lungo mai subìto da una donna, l’allora 27enne figlia del prestigioso sarto di moda maschile e del cinema, verrà fatto in ‘Racconti Criminali’ di Vania Colasanti, scrittrice e autrice

"MI CHIESERO UN PIANETA: SCELSI SATURNO"

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Articolo…, tratto da… https://roma.repubblica.it!

La sua vita è appesa a Saturno. Ma la salvezza di Barbara Piattelli, allora 27 anni, non dipende da avverse congiunzioni astrali.

Il Saturno da cui dipende è uno spietato bandito – di cui resta la voce roca registrata su un vecchio nastro – che per dodici mesi tratta al telefono la liberazione della ragazza con i familiari.

Il rapimento del 10 gennaio 1980 al quartiere Flaminio
È il 10 gennaio 1980 quando a Roma la bellissima figlia del prestigioso sarto di moda maschile e del cinema italiano, con atelier in via del Corso, viene rapita sotto gli occhi della madre, mentre rientra nel garage di casa, al quartiere Flaminio, dopo una giornata di lavoro.

Aveva altri progetti per quella sera, Barbara. Con l’allora fidanzato e oggi marito Ariel Arbib sarebbe dovuta andare a vedere Senti chi parla: il debutto teatrale del giovane Carlo Verdone al Piccolo Eliseo che in quel periodo è la star televisiva di Non stop. Ariel è già davanti al teatro ma lei non si vede. Chiama più volte a casa della sua ragazza, ma il fratello Massimiliano – ignaro di cosa stesse accadendo proprio in quel momento nel garage – non sa cosa rispondergli.

Anche Carlo Verdone, che ormai ha iniziato il suo spettacolo, nota quelle due poltrone vuote: “La sala era piena, c’era il tutto esaurito e quei posti liberi attirarono da subito la mia attenzione. Ancora riesco a vederli perfettamente”.

Uno dei più lunghi sequestri subìto da una donna
Ma Barbara è vittima di quello che si rivelerà uno dei più lunghi sequestri a scopo di estorsione subìto da una donna. Una giovane bellissima donna: mora, i capelli ondulati sul collo, gli occhi che ridono, un sorriso hawaiano che incanta e che si spegne all’improvviso quando viene trascinata a forza su una berlina scura, mentre la madre è riversa per terra. L’angoscia di Barbara, quando viene portata via con un casco da moto infilato al contrario, è non sapere cosa sia accaduto alla madre, la cui ultima immagine è con una pistola puntata alla tempia.

Il viaggio in Aspromonte
Buio. Inizia un lugubre viaggio con gli occhi bendati, che la porterà – ma questo lo scoprirà solo mesi più tardi – in Aspromonte, in una di quelle grotte mangiate dalla montagna e che inghiottono anche lei per un tempo interminabile: 343 giorni fatti di dolore, di muscoli atrofizzati, di catene, di spostamenti da una prigione all’altra. Barbara Piattelli rientra in quel dolore: “Erano giornate senza fine, delle quali mi è rimasto ancora il freddo addosso. Mi viene chiesto spesso come sia riuscita a sopportare tutto quel dolore. Ma quando ti trovi in situazioni estreme, l’istinto di sopravvivenza ti dà il coraggio anche di resistere in condizioni disumane. Mi sono riuscita a lavare i capelli una sola volta e solo d’estate. Mi davano da mangiare cibi freddi: pane, formaggio, tonno, un po’ di frutta. Non ho mai avvertito la mano di una donna dietro quei pasti. Ed ebbi anche un’infezione alimentare che mi fece venire l’ittero.

“Qualche volta mi venne concessa una radio e dei giornali locali, da cui capii di trovarmi in Calabria, probabilmente non distante dal paese di Platì.

Il tentativo di fuga
“Tentai anche la fuga. Era il 1 febbraio, me lo ricordo ancora. Chiesi al carceriere di potermi appartare per andare in bagno. E con il cuore in gola e una forza inedita, risalii la montagna. Ma uno dei banditi sopraggiunse da un casale lì vicino, mi afferrò e mi spinse di nuovo giù nella grotta. Subito dopo la fuga, l’atteggiamento dei rapitori cambiò drasticamente. E Pippo, il più violento di tutti, mi mise addirittura le catene per evitare che fuggissi. Per fortuna per un breve periodo”.

“Mi chiesero di scegliere un pianeta: scelsi Saturno”
Ma com’erano i suoi carcerieri con cui divise quelle interminabili giornate? “I banditi – ricorda Barbara Piattelli – erano rozzi, ignoranti e non mi aggiornavano sul corso delle trattative. Dicevano soltanto che mio padre non voleva pagare, ma io sapevo che non era così, sapevo che avrebbe fatto di tutto per riportarmi a casa.

“Nei primi giorni di prigionia mi chiesero di scegliere il nome di un pianeta e io indicai Saturno, ignara del significato avverso al quale è solitamente associato: diventò il nome con cui si identificava il rapitore che telefonava a casa dei miei”.

Ed è Saturno contro: la voce di quel bandito riecheggia forte e chiara in “343 giorni all’inferno” il racconto della prigionia di Barbara Piattelli per i “Racconti Criminali” di RaiPlay, regia di Letizia Rossi e la collaborazione di Vincenzo Faccioli Pintozzi. È emozionante riascoltare la voce della madre Vittoria che andava a recuperare i messaggi lasciati in giro per la città: nelle cabine telefoniche, dentro buste del latte, vicino alle fermate dei bus, come fossero la ricompensa di una spietata caccia al tesoro, o il percorso di un gioco macabro. Ritorna la voce del padre Bruno che per riportare a casa la figlia indossa una corazza e risponde a Saturno con grande determinazione e coraggio. Bruno Piattelli, a 93 anni, poco prima della sua scomparsa, aveva accettato di rientrare nella drammatica vicenda davanti alle telecamere. Il suo dolore più grande? “Non siamo riusciti a ottenere giustizia, nessuna condanna, nessuno che abbia mai pagato. E la beffa più amara è che lo Stato non abbia trovato il modo di correggere il regime fiscale per evitare che sui soldi che ci furono prestati dalle banche, circa un miliardo di lire, fossimo costretti addirittura a pagare anche le tasse”, si rammaricava Bruno Piattelli.

Difficile, per il giudice Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro, abbattere in quegli anni il muro di omertà che rendeva invalicabile la Calabria: “Spesso anche gli abitanti dei paesi limitrofi alla zona di prigionia di un sequestrato erano al corrente di quel reato. Ricordo ad esempio un rapimento che fu pagato con banconote da 10 mila lire e ogni volta che c’era il mercato a Bovalino Marina le donne andavano a pagare al mercato proprio con quel denaro”.

Riaffiora, grazie al repertorio delle Teche Rai, una Roma anni Ottanta, ricordata anche da Carlo Verdone: “Quell’anno uscì il mio primo film “Un sacco bello”. Ma quelli erano ancora gli Anni di Piombo. Al di là della spensieratezza legata al cinema e alla musica che erano in grande fermento, l’Italia viveva anche la pietosa stagione dei sequestri di persona a scopo di estorsione. Una piaga, praticamente un bollettino quotidiano che investiva anche il mio settore: ricordo tanti produttori e registi famosi che giravano con la macchina blindata”. E quasi a voler risarcire Barbara Piattelli di quello spettacolo teatrale mancato proprio la sera del sequestro, Carlo Verdone aggiunge: “Barbara, alla prima occasione voglio regalarti una serata speciale: non ti proporrò il repertorio di “Senti chi parla” ma ti prometto che ti farò tanto ridere”.

“Non è una bella storia, però finisce bene”
Oggi Barbara Piattelli e suo marito Ariel sono diventati nonni: Davide, il piccolino, e Anna di 5 anni che intravede le immagini del documentario in tv. “Nonna, che cosa stai raccontando?”. Ci sarà tempo per spiegarle cosa racconta. Il tempo giusto atteso anche dalla Piattelli per rivelare la vicenda alle figlie Vittoria e Arianna, quando erano alle medie. Ricorda Barbara Piattelli: “Dopo un percorso analitico ho pensato, d’accordo con mio marito, che era arrivato il momento di parlare. Ariel disse alle bambine mentre eravamo a tavola: ‘Questa sera mamma vi racconta una storia’. La più piccola mi chiese: ‘Ma è bella?’ E io le risposi: ‘Non è una bella storia, però finisce bene'”.

“343 giorni all’inferno”
E oggi quella storia ha deciso di renderla pubblica e con “343 giorni all’inferno”, disponibile dal 25 novembre sulla piattaforma digitale Rai, Barbara Piattelli fa una forte denuncia: “Il mio è un sequestro messo in atto da una banda criminale legata alla ‘ndrangheta e dunque alla mafia. Io non sono stata riconosciuta vittima delle mafie. Prerogativa che spetta quando ci sono delle condanne, quindi non nel mio caso perché nessuno è stato condannato. Condizione che viene riconosciuta anche a chi riporta lesioni fisiche. Ma non è forse sufficiente la ferita dell’anima?”

Vania Colasanti, giornalista, scrittrice e autrice televisiva. Oltre a lavorare per RaiTre, recentemente ha anche scritto e ideato il docu-crime “Ti ho visto negli occhi – Il rapimento Bulgari Calissoni”, produzione esclusiva RaiPlay. A breve, sempre per la piattaforma digitale Rai e per la regia di Letizia Rossi, uscirà anche “L’incredibile sequestro Casana”, la storia di due fratelli rapiti nel ’79 su uno scoglio della Sardegna.