Do ut des: l’incarico di direttore Clinico del Centro NemoSud, le assunzioni del figlio e della nuora in cambio dell’asservimento agli interessi di Fondazione Aurora a discapito dell’azienda Policlinico, di cui era dipendente: sono queste le accuse per cui il noto direttore Clinico dell’U.O.C. di Neurologia del Policlinico, il prof. Giuseppe Vita, risulta indagato nell’inchiesta della procura sulla gestione della ‘sua creatura’, la clinica NemoSud, un Centro di grande eccellenza e avanguardia nella cura delle disabilità

I NOMI DI TUTTI GLI INDAGATI

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Testo…, tratto da… www.stampalibera.it!

Do ut des: l’incarico di direttore Clinico del Centro NemoSud, le assunzioni del figlio e della nuora in cambio dell’asservimento agli interessi di Fondazione Aurora a discapito dell’azienda Policlinico, di cui era dipendente: sono queste le accuse per cui il noto direttore Clinico dell’U.O.C. di Neurologia del Policlinico, il prof. Giuseppe Vita, risulta indagato nell’inchiesta della procura sulla gestione della ‘sua creatura’, la clinica NemoSud, un Centro di grande eccellenza e avanguardia nella cura delle disabilità.

Il prof. Giuseppe Vita è indagato del reato di “corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio” perchè – è scritto nella misura cautelare della gup Misale – “quale medico in servizio presso la Aou Policlinico di Messina con le funzioni di dirigente della UOC di Neurologia, per l’asservimento delle sue qualità funzionali e per il compimento di atti contrari al suo ufficio consistenti, tra l’altro, nel promuovere e sostenere il progetto di apertura del Centro Clinico NemoSud (gestito dalla Fondazione Aurora onlus) presso i locali del Policlinico di Messina, nonostante il Centro fosse privo di autorizzazione e accreditamento, nel contribuire quale direttore Clinico del Centro alla erogazione delle prestazioni classificate con il codice 75 (neuro-riabilitazione), nonostante che tale tipologia di prestazione non fosse stata assegnata all’azienda Policlinico dalla Rete Regionale; nel sottoscrivere gli elenchi delle prestazioni con codice 75 erogate dal Centro Clinico per ottenere il rimborso della spesa sanitaria da parte della Regione Sicilia; nell’agevolare l’attività del centro NemoSud per lo svolgimento di trial clinici e progetti di sperimentazione sanitaria; riceveva da Melazzini e Fontana le utilità consistenti nell’incarico di direttore Clinico del centro NemoSud, nell’assunzione del figlio Gianluca Vita e della nuora Letizia Bucalo, da cui derivavano i seguenti profitti: 20mila euro per compensi da lavoro dipendente erogati a Giuseppe Vita nel 2013, 440.231,00 per compensi da lavoro dipendente erogati a Gianluca Vita dal 2013 al 2021, 210.651,00 per compensi da lavoro dipendente erogati a Letizia Bucalo dal 2012 al 2021, per un totale complessivo di 670.882,00 (accertato nel 2019 e permanente fino al 2021).

Per il prof. Vita la Procura aveva chiesto gli arresti domiciliari in relazione “a un collaudato sistema di cattiva gestione dei poteri e delle prerogative connesse alla funzione pubblica esercitata dall’indagato”.

Il prof. Giuseppe Vita è considerato dall’accusa il principale protagonista “del sistema distorto, dimostrando una gestione personalistica dell’ufficio da lui rivestito sino al suo pensionamento, tanto da fare mercimonio della funzione pubblica esercitata al fine di ottenere vantaggi personali, per sé e per i propri congiunti. La personalità del Vita, peraltro, è ulteriormente suscettibile di valutazione negativa anche in ragione del tentativo di boicottaggio del passaggio di funzioni da NemoSud del Policlinico che egli, come emerso dalle intercettazioni telefoniche, ha incentivato, a discapito della salute dei pazienti che egli avrebbe invece dovuto tutelare”.

Il prof. Vita sarebbe stato consapevole che la stipula delle convenzioni da lui sostenuta, integrava un atto in contrasto con la normativa sanitaria e con l’espresso diniego da parte dell’assessorato regionale alla richiesta di esternalizzazione delle prestazioni sanitarie da parte dell’azienda ospedaliera pubblica.

Vita, in prossimità della chiusura del Centro Clinico, si sarebbe adoperato “per il futuro professionale del figlio chiedendo a Fontana di perorare la causa durante la contrattazione per il rinnovo della terza convenzione ovvero per il trasferimento in altra sede ovvero, ancora, per assicurarne la stabilizzazione attraverso un concorso per ricercatore”.

Dalle intercettazioni emergerebbe che Vita “ha promosso il progetto di apertura del Centro Clinico NemoSud”… con il compito di controllare il rispetto delle convenzioni da parte del centro e di controfirmare le cartelle cliniche e le richieste di rimborso delle prestazioni, svolgendo tali mansioni consentendo sistematicamente alla Fondazione di ricevere i rimborsi regionali per il codice 75 che riguardavano prestazioni non assegnate né al Policlinico né tantomeno al Nemo Sud”.

Vita, pur ricoprendo un ruolo direttivo in una struttura ospedaliera pubblica, ha sostenuto prevalentemente l’interesse della struttura privata – anche a discapito dello stesso Policlinico – per realizzare il proprio profitto, costituito non solo dagli introiti percepiti dallo stesso quale direttore del Centro al 2013 ma soprattutto dall’assunzione del figlio Gianluca da parte della Fondazione Aurora onlus e della collocazione di questi all’interno del Centro Clinico, con l’incarico di direttore Clinico pro-tempore (compenso lordo mensile di duemila euro), nonché dell’assunzione della nuora Letizia Bucalo (che ha svolto attività di lavoro dipendente per la Fondazione dall’1 novembre 2012 all’8 settembre 2021 con l’incarico di ‘responsabile comunicazione e raccolta fondi centro Nemo Sud e fundraising)”.

In una intercettazione l’assessore Ruggero Razza, durante una conversazione con Laganga, chiede conferma sui familiari di Vita assunti al centro e conclude affermando ironicamente, ricevendo l’assenso di Laganga, che il professore Vita si è limitato al figlio e alla nuora perchè la famiglia era ‘finita’.

Razza: e il professore Vita quindi li ha fatto assumere il figlio, la nuora e chi altro?

Laganga: No, basta più!

Razza: solo il figlio e la nuora, vabbè tutto sommato…!

Laganga: gli è bastato!

Razza: il problema è che non aveva altri figli…!

Laganga: no, no, la famiglia era finita.

Razza: la famiglia gli era finita, vabbè.

La presenza dei familiari di Vita all’interno della struttura viene percepita, anche dai dirigenti di Fondazione Aurora, come “problematica”. Soprattutto di Letizia Bucalo, accusata di una esagerata esposizione mediatica che avrebbe potuto danneggiare le contrattazioni in corso per l’errata convinzione che la stessa ricoprisse ruoli apicali all’interno del Centro NemoSud. “Devono volare basso i coniugi Vita-Bucalo…”. In una conversazione tra Alberto Fontana e Daniela Lauro si fa riferimento a “Letizia, bravissima persona però… la sua esuberanza… lei deve stare buona, ci devono essere dei periodi nel quale non se ne deve accorgere nessuno della sua esistenza… la rete dei contatti è la sua, anche quando fanno un articolo ci mettono sempre la sua foto, cosa cazzo ci mettete la sua foto, metteteci una foto dei pazienti del Centro, del logo, di qualunque altra cosa…”. La figura della Bucalo inizia a essere scomoda e durante una conversazione tra Alberto Fontana e Daniela Lauro, il primo manifesta la volontà di volerla licenziare o comunque farla dimettere per proporle una collaborazione a partita iva. Dell’argomento se ne parlerà in un incontro a Milano presso la sala riunioni Nemo tra Alberto Fontana (“prima cosa superata la boriana, Letizia diventa libera professionista. Secondo, andiamo in causa e l’avvocato è l’avvocato della Fondazione…), Daniela Lauro e Giovanni Melazzini. La conversazione “assume particolare rilievo perchè dimostra che la dirigenza della Fondazione Aurora fosse consapevole dei profili di criticità legati alla gestione personalistica del Centro Clinico da parte di Giuseppe Vita e all’assunzione di persone a lui legate da legami personali e di parentela, nonché dall’utilizzo illegittimo del codice 75 (Daniela Lauro: “… che noi illecitamente abbiamo all’attribuzione di questo codice 75… in più i soldi che prendiamo illecitamente li diamo ai parenti e amici… fondamentalmente questo è il passaggio”)”. In merito all’assunzione presso il centro di Vita, Daniela Lauro segnala di aver trovato traccia tra i dipendenti della struttura anche di un nipote di Giuseppe Vita, poi trasferitosi in Puglia.

LE ESIGENZE CAUTELARI PER IL PROF. VITA
“Non può dunque escludersi – scrive il gip – che egli al di là dell’attuale posizione ricoperta e nonostante il suo pensionamento, e a prescindere dal tempo trascorso dai fatti, possa ripetere fatti analoghi proprio in ragione del prestigio del ruolo esercitato, dei numerosi contatti di cui gode e dei suoi obiettivi, legati alla stabilizzazione lavorativa del figlio, da ritenersi tuttora presenti in quanto Gianluca Vita dal 2021, coincidente con la chiusura del Centro NemoSud, risulta in servizio presso il centro Neurolesi Bonino Pulejo con un contratto a tempo determinato”.

La misura decisa dal gip dell’interdittiva del divieto temporaneo di contrarre con la pubblica amministrazione e di esercitare l’attività di impresa in ambito sanitario per un anno “appaiono idonee ad impedire che il prof. Vita possa riattivare la sua rete di relazioni e possa commettere reati della stessa specie di quello per cui si procede, anche eventualmente nella diversa veste di soggetto estraneo e quindi di concorrente nel reato commesso da altri soggetti muniti della qualifica richiesta”.

I NOMI DI TUTTI GLI INDAGATI E LE ACCUSE:

  • Tra gli indagati risultano anche Giuseppe Pecoraro, Paolina Reitano, e Michele Vullo che hanno negli anni ricoperto ruoli direttivi al Policlinico di Messina. Tutti consentendo l’attività non accreditata del Centro, e in alcuni casi, incrementando l’erogazione a favore del Centro o i posti letto. Come quando nel marzo del 2016, Restuccia, Laganga, e Volo, firmando la delibera n. 11.488 “consentivano alla Fondazione Aurora (presieduta da Melazzini) di incassare la somma di 2.433.678,07 euro per gli anni 2016 e 2017, con un incremento pari ad euro 162.443,14”. Mentre nel luglio del 2017, Laganga all’epoca dei fatti commissario straordinario del Policlinico, “ampliava i posti letto in dotazione – scrive ancora Misale – al Centro Clinico NemoSud l0 a 20, consegnando ulteriori locali alla Fondazione Aurora onlus”;
  • Questi i nomi delle nove persone indagate: Alberto Fontana (52 anni – fondatore centro clinico NemoSud), Senzio Laganga (47 anni, ex direttore generale del Policlinico universitario di Messina), Giovanni Mario Melazzini (65 anni, presidente Fondazione Aurora del Centro Clinico NemoSud), Giuseppe Pecoraro (75 anni, ex direttore generale del Policlinico universitario di Messina), Paolina Reitano (64 anni, già direttore sanitario del Policlinico), Marco Restuccia (60 anni, ex direttore generale del Policlinico), Giuseppe Vita (72 anni, -in foto- già direttore dell’Unità di Neurologia del Policlinico), Giovanna Volo (68 anni, assessore regionale alla Sanità) e Michele Vullo (68 anni, ex direttore generale del Policlinico).

Giuseppe Pecoraro (commissario straordinario), Michele Vullo (direttore amministrativo), Paolina Reitano (direttore sanitario), Giovanni Melazzini (presidente della Fondazione Aurora Onlus) sono indagati perché in concorso tra loro e nelle rispettive qualità “si appropriavano del denaro destinato alla erogazione di prestazioni sanitarie pubbliche, disponendone la distrazione in favore della Fondazione Aurora onlus, su determinazione di Melazzini. In particolare, con la delibera del 12 dicembre 2013, i primi tre autorizzavano la stipula della seconda convenzione con la Fondazione Aurora onlus, rappresentata da Melazzini che incassava negli anni 2014 e 2015 la somma complessiva di euro 2.271.234,93”.

Marco Restuccia, Giuseppe Senzio Laganga, Giovanna Volo, Giovanni Melazzini sono indagati in concorso perchè tra loro e nelle rispettive qualità “distraevano denaro in favore della Fondazione Aurora onlus per la realizzazione del progetto NemoSud, rendendo disponibile per il periodo 2015/2017 sino alla scadenza della seconda convenzione l’importo di euro 1.636.841,00 a favore della Fondazione Aurora onlus rappresentata da Melazzini, che incassava negli anni 2016 e 2017 la somma complessiva di euro 2.433.678,07 con una maggiorazione del finanziamento pari a euro 162.443,14.

Michele Vullo, Giuseppe Senzio Laganga, Paolina Reitano e Alberto Fontana sono indagati perche’, in concorso tra loro per l’ennesima (terza convenzione) erogazione di denaro destinato a prestazioni sanitarie pubbliche in favore della Fondazione Aurora onlus, su determinazione di Fontana, per la realizzazione del progetto NemoSud, con validità di cinque anni per un importo di euro 2.738.026,88 annui a favore della Fondazione Aurora onlus rappresentata da Fontana che incassava negli anni 2018/2021 la somma complessiva di euro 6.251.801,54.

Fontana e Melazzini, presidenti della Fondazione Aurora onlus (Melazzini sino al 9 agosto 2017 e Fontana dal 10 agosto 2017, sono indagati perchè in concorso “in cambio dell’asservimento funzionale, offrivano a Giuseppe Vita le utilità consistenti nell’incarico allo stesso di direttore Clinico del Centro NemoSud e nell’assunzione del figlio Gianluca Vita e della nuora Letizia Bucalo presso il medesimo Centro, utilità da cui derivava in capo a Giuseppe Vita e ai suoi congiunti il seguente profitto; 20 mila euro per compensi da lavoro dipendente a Giuseppe Vita nel 2013, 440.231,00 per compensi da lavoro dipendente erogati a Gianluca Vita dal 2013 al 2021, 210.651,00 per compensi da lavoro dipendente erogati a Letizia Bucalo dal 2012 al 2021. Per un totale di 670.882,00 euro”.

MISURE INTERDITTIVE
Per quanto concerne le misure personali, si tratta delle interdittive che impongono, nei confronti di quattro indagati (Giuseppe Vita, Giovanni Melazzini, Alberto Fontana e Giuseppe Laganga), il Divieto temporaneo di contrattare con la pubblica amministrazione ed esercitare impresa in ambito sanitario.

Con la misura reale è stato disposto, nei confronti dei nove indagati, ciascuno pro quota, il sequestro preventivo di denaro, beni mobili e immobili, per l’importo complessivo di 11 milioni di euro, pari ai fondi pubblici distratti.

I SEQUESTRI PREVENTIVI
Il gip ha inoltre disposto il sequestro preventivo nei confronti di Giuseppe Vita, sul denaro e sui beni mobili e immobili a lui intestati sino alla concorrenza di 20.000,00 euro. Il sequestro di 2.271.234, 93 euro nei confronti di Melazzini, Pecoraro e Vullo. Il sequestro sul denaro e sui beni mobili e immobili a loro intestati sino alla concorrenza di 2.433.678,07 nei confronti di Melazzini, Restuccia e Laganga. Il sequestro, infine di 6.251.801,54 per Fontana, Vullo, Laganga e Reitano.

L’INDAGINE NATA DA UNA DENUNCIA DEL PROF. ROBERTO DATTOLA
Tutto parte da una denuncia dell’ordinario di Neurologia, Roberto Dattola, nel 2019. Ma già dal 2013 il Centro NemoSud era operativo all’interno del Policlinico di Messina. Quando cioè il Centro, costituito dalla Fondazione Aurora per attività di riabilitazione neurologica, riceveva nel mese di giugno “dal Policlinico di Messina l’uso gratuito del padiglione B per 30 anni – si legge nell’ordinanza – pur in assenza di reparti analoghi nella struttura pubblica e pur non avendo, al suo interno, sino al 2015, uno specialista in medicina riabilitativa”.

Di fatto, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, si sarebbe consumata una sostanziale sottrazione di risorse pubbliche, ovvero spazi, posti letto destinati alla riabilitazione e relativi introiti, a vantaggio di un ente di natura privatistica. Alcuni reparti del Policlinico erano, infatti, totalmente gestiti dal Centro.

Lucia Borsellino da dirigente regionale aveva chiarito, in una nota del marzo 2010 inviata al Policlinico di Messina, che non esistevano i “presupposti” per esternalizzare il servizio di assistenza. Un diniego quello di Borsellino che però fu completamente ignorato: due mesi dopo dal Policlinico di Messina fu sottoscritta lo stesso la convenzione per attivare il centro Centro Clinico privato NemoSud ed esternalizzare l’assistenza, affidando all’ente privato l’attività sanitaria, senza peraltro seguire alcuna procedura di evidenza pubblica.

“È evidente che con tale atto convenzionale, sottoscritto soltanto due mesi dopo il diniego dell’Assessorato – scrive la gip Claudia Misale – le parti abbiano voluto superare l’ostacolo posto dall’organo politico (e, soprattutto, dalla legge) con una condotta avulsa da qualsiasi previsione normativa e dunque illegittima”.