“I giganti della montagna”, l’opera di Luigi Pirandello, messa in scena dal regista Gabriele Lavia ieri sera al Teatro Vittorio Emanuele di Messina, ha incantato il pubblico presente

LO SPETTACOLO, VERRA' RIPROPOSTO FINO AL PROSSIMO 5 FEBBRAIO

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“Se lei, Contessa, vede ancora la vita dentro i limiti del naturale e del possibile, l’avverto che lei qua non comprenderà mai nulla. Noi siamo fuori di questi limiti, per grazia di Dio”.

Villa, detta “La Scalogna”, dove abita Cotrone coi suoi Scalognati. Alto, quasi nel mezzo della scena in quel punto soprelevata, è un cipresso ridotto per la vecchiaia, nel fusto, come una pertica e, su in cima, come una spazzola da lumi. La villa ha un intonaco rossastro scolorito. Se ne vede a destra soltanto l’entrata con quattro scalini d’invito incassati tra due loggette rotonde aggettate, con balaustrate a pilastrini e colonne a sostegno delle cupole. La porta è vecchia e serba ancora qualche traccia dell’antica verniciatura verde. A destra e a sinistra s’aprono, alla stessa altezza della porta, due finestre a usciale che danno nelle loggette. Questa villa, un tempo signorile, è ora decaduta e in abbandono. Sorge solitaria nella vallata e ha davanti un breve spiazzo erboso con una panchina a sinistra. Ci si viene per una viottola che scende in ripido pendio fino al cipresso e, di là, prosegue a sinistra passando sopra un ponticello che accavalca un torrente invisibile.

Questo ponticello, nel lato sinistro della scena, dev’essere bene in vista e praticabile, coi due parapetti. Di là da esso si scorgono le falde boscose della montagna. Al levarsi della tela è quasi sera. Dall’interno della villa si ode, accompagnato da strani strumenti, un canto balzante, che ora scoppia in strilli imprevisti e or s’abbandona in scivoli rischiosi, finché non si lascia attrarre quasi in un vortice, da cui tutt’a un tratto si strappa mettendosi a fuggire come un cavallo ombrato. Questo canto deve dar l’impressione che si stia superando un pericolo, che non ci par l’ora che finisca, perché tutto ritorni tranquillo e al suo posto, come dopo certi momentacci di follia che alle volte ci prendono, non si sa perché. Dalla trasparenza delle due finestre a usciale delle loggette s’intravede che l’interno della villa è illuminato da strani lumi colorati che dàn parvenze di misteriose apparizioni alla Sgrida che siede pacifica e immobile nella loggetta a destra del portone, e al Doccia e a Quaquèo che seggono in quella a sinistra, il primo coi gomiti sulla ringhierina e la testa tra le mani, l’altro sulla ringhierina, con le spalle a ridosso al muro. La Sgrida è una vecchietta con un cappellino a cuffia in capo, annodato goffamente sotto il mento, e una pellegrinetta color viola sulle spalle. La veste a quadretti bianchi e neri è tutta pieghettata. Porta i mezzi guanti di filo. Quando parla è sempre un po’ irritata e sbatte di continuo le palpebre sugli occhietti furbi irrequieti. Di tratto in tratto si passa rapidamente un dito sotto il naso arricciato. Duccio Doccia, piccolo e d’età incerta, calvissimo, ha due gravi occhi ovati e il labbro che gli pende grosso, nel volto lungo, pallido e inteschiato; lunghe mani molli e le gambe piegate, come se camminasse cercando sempre da sedere.

Quaquèo è un nano grasso, vestito da bambino, di pelo rosso e con un faccione di terracotta che ride largo, d’un riso scemo nella bocca ma negli occhi malizioso. Appena finito il canto nell’interno della villa, Milordino, che è un giovane patito sulla trentina, con una barbetta da malato sulle gote, un tubino in capo e un farsetto inverdito a cui non vuol rinunziare per non perdere la sua aria civilina, s’affaccia da dietro il cipresso.

E’ questa l’opera… “I giganti della montagna” di Luigi Pirandello messa in scena dal regista Gabriele Lavia al Teatro Vittorio Emanuele di Messina, fino al 5 febbraio e che ieri sera ha incantato gli spettatori presenti.

Gabriele Lavia firma la regia interpretando anche il ruolo di Cotrone il capo degli Scalognati. Il sipario si alza, e sul palcoscenico compaiono il rudere di un teatro e un gruppo di clown, gli Scalognati, a metà tra il circo e la commedia dell’arte. È notte e vedono arrivare qualcuno: si tratta di un’altra scalcinata compagnia, diretta dalla contessa Ilse, che senza successo gira i teatri proponendo La favola del figlio cambiato di Pirandello. Ad accogliere Ilse e la sua compagnia però non c’è solo qualche spaurito clown, ma anche lo stesso Cotrone, un mago che sembra conoscere la verità delle cose benché dica di inventarla su misura costantemente.

È Cotrone, oracolo e illusionista, a cercare di convincere la compagnia di Ilse a rappresentare il loro spettacolo di fronte ai giganti della montagna, esseri umani ormai fortemente distaccati dall’arte e dalla poesia e quindi insensibili alla magia che il teatro rappresenta. Lo spettacolo termina nel punto in cui la morte di Pirandello lascio l’opera incompiuta. Quel che sappiamo sul possibile finale lo ha raccontato il figlio del grande scrittore siciliano Stefano. Nell’ultimo atto dei Giganti, Ilse e la sua compagnia avrebbero rappresentato La favola del figlio cambiato davanti al popolo, il quale, però, involgarito e corrotto, disprezza lo spettacolo. Ilse si scaglia contro di loro, e ne nasce uno scontro che porta alla morte dell’attrice. Gabriele Lavia interpreta magistralmente il testo più difficile di Pirandello con raffinatezza e intelligenza, regalando uno spettacolo bellissimo e carico di foschi presagi. Le luci usate a regola d’arte e la scenografia, bellissima ed evocativa, arricchiscono il testo pirandelliano, summa di tutto il suo pensiero e di tutto il suo teatro, tanto che Cotrone è l’alter ego dello stesso Pirandello. La struggente malinconia della Ilse di un’intensa Federica di Martino, moglie di Gabriele Lavia, che tratteggia abilmente il suo personaggio con pulsione e inquietudine, oppressa rigidamente dalle regole di una società in decadenza e tragicamente colpita dal dramma dell’autore del testo che vorrebbe rappresentare – “La favola del figlio cambiato” -, morto suicida per lei. Vale la pena citare tutti gli attori del cast, ognuno meritevole di un plauso all’interpretazione ed alla sinergia corale. Gli attori della Compagnia della Contessa: Clemente Pernarella, Giovanna Guida, Mauro Mandolini, Lorenzo Terenzi, Gianni De Lellis, Federico Lepera, Luca Massaro; Gli Scalognati: Nellina Laganà, Ludovica Apollonj Ghetti, Michele Demaria, Daniele Biagini, Marika Pugliatti, Beatrice Ceccherini; I Fantocci (personaggi della “Favola del figlio cambiato”) Luca Pedron, Laura Pinato, Francesco Grossi, Davide Diamanti, Debora Iannotta, Sara Pallini, Roberta Catanese, Eleonora Tiberia. L’imponente scenografia di Alessandro Camera, i costumi di Andrea Viotti, le musiche di Antonio Di Pofi, le luci di Michelangelo Vitullo, le maschere di Elena Bianchini, le coreografie di Adriana Borriello, completano la messa in scena di Lavia ed insieme ai protagonisti al termine della rappresentazione, raccolgono lunghi e meritati applausi.