Marsala (TP): 46 anni dopo, la strage del “Mostro” [Video]

I MISTERI, DI UNA STORIA AVVENUTA NEL DEGRADO, CON L'INTERROGATIVO RIMASTO INSOLUTO SU UN POSSIBILE COINVOLGIMENTO DELLA MAFIA

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Leonardo Frosini (studente) di Montecatini con la passione per le vicende di cronaca ricorda oggi un importante evento e scrive: “il 21 ottobre è una data importante, ricorre infatti oggi il 46° anniversario dalla scomparsa avvenuta lo stesso giorno del 1971, a Marsala (Trapani)”.

Nella cittadina siciliana, si persero le tracce di tre bambine: “Antonella Valenti (11 anni) e le sue cugine Virginia e Ninfa Marchese, rispettivamente di 9 e 7 anni. Erano uscite di casa per accompagnare a scuola Liliana, sorella di Virginia e Ninfa. Percorsero circa 250 metri per giungere all’Istituto elementare e, dopo aver visto la bambina entrare in aula, si avviarono di nuovo verso casa, senza però mai giungervi”.

“I genitori di Antonella, Leonardo Valenti e Maria Impiccichè, si trovavano da poco in Germania (dove emigrarono per lavoro) e la bambina viveva con il nonno materno, Vito Impiccichè che, non vedendola tornare da scuola, decise di avvertire i carabinieri. Ebbe inizio così la vicenda che vide protagonista il -Mostro di Marsala-. Le indagini scattarono il mattino seguente. A dirigerle fu il giudice Cesare Terranova, già procuratore d’accusa al processo contro la mafia corleonese, tenutosi a Bari nel 1969, e giudice della sentenza che condannò Luciano Leggio nel 1975. Le prime ricerche si concentrarono soprattutto nelle vaste campagne marsalesi, spingendosi fino a Castelvetrano, Mazara del Vallo e Campobello”.

“Dalle prime testimonianze raccolte subito dopo la denuncia alle Autorità competenti, sembrò che le bambine fossero state viste assieme ad un uomo di giovane età nei pressi della scuola e che lo stesso si fosse poi allontanato a bordo di una Fiat 500 blu. Tra i testimoni c’era un benzinaio tedesco, Hans Hoffmann, sposato con una siciliana e gestore di una pompa nei pressi di Mazara del Vallo. Hoffmann si presentò il 23 ottobre in questura, dichiarando di aver visto due giorni prima una Fiat 500 blu con dei bambini dentro che battevano le mani sul vetro, come per chiedere aiuto”.

“Ma la sua testimonianza fu smontata da un altro testimone, Giuseppe Li Mandri, che si recò dai carabinieri spontaneamente, dicendo di essere stato lui alla guida dell’auto vista da Hoffmann, mentre si dirigeva all’ospedale per trovare un parente, e che non erano le bambine a sbattere le mani sul vetro, ma suo figlio che si lamentava. Il giudice, costretto a richiamare Hoffmann per riascoltare i fatti, scoprì che il benzinaio era nel frattempo, partito per la Germania”.

“La mattina del 26 ottobre, il corpo della prima bambina, Antonella Valenti, fu ritrovato in una scuola abbandonata in contrada Rakalia, a Marsala, dall’idraulico Ignazio Passalacqua, che si era trovato casualmente sul posto. Il cadavere era parzialmente carbonizzato, con la testa avvolta da nastro adesivo che ne aveva causato la morte per soffocamento. L’analisi sul corpo evidenziò che l’assassino l’aveva seviziato, ma senza abusarne sessualmente. La bambina non era morta subito dopo il rapimento, ma per un periodo fu nutrita a pane, salame e cibo in scatola, tenuta in vita fino a poche ore prima del suo ritrovamento”.

“L’indizio più importante fu il ritrovamento, accanto al cadavere, del rotolo di nastro adesivo con cui Antonella era stata soffocata. Dopo l’analisi del rotolo, si scoprì che l’unica impresa a Marsala che usava quel nastro da imballaggio era l’azienda cartotecnica di San Giovanni, verso cui Terranova rivolse le indagini. Tra gli indiziati, che si alternavano negli interrogatori, c’era anche Michele Vinci, zio di Antonella Valenti, sposato con la sorella della madre”.

“Vinci era già stato ascoltato da Terranova poco dopo il ritrovamento della bambina, ma nella notte tra il 25 e il 26 ottobre, sembrava avere un alibi che reggeva abbastanza bene; aveva infatti passato la notte in casa con i famigliari, improvvisamente tornati dalla Germania, assentandosi solo per mezz’ora quando, per volere della moglie, era andato a casa dei Valenti a controllare che la bambina fosse tornata. Tuttavia, stando alle dichiarazioni dei testimoni, i tratti somatici dell’uomo visto con le bambine sembravano corrispondere a quelli di Vinci”.

“Lo zio, inoltre, era proprietario di una Fiat 500 blu e lavorava come fattorino presso la cartotecnica di San Giovanni, unico posto in cui era possibile reperire il rotolo di nastro adesivo trovato sul luogo del delitto. Nella mattinata del 9 novembre, Michele Vinci fu condotto in Questura insieme alla moglie e a Pina, sorella di Antonella, che viveva con loro da quando i genitori si erano trasferiti in Germania. La moglie, ascoltata per prima, dichiarò che il marito, il giorno della sparizione, il marito non era tornato a casa a pranzare, come faceva di solito, pur essendo uscito dall’azienda per la pausa delle 14″.

“A questo punto, Vinci venne sottoposto ad un lungo interrogatorio, al quale sembrava rispondere con precisione. Erano le 22.40 quando confessò di essere stato l’autore del rapimento delle tre bambine. Aggiunse di averle prese per appartarsi con loro, soprattutto con Antonella, per la quale provava una forte attrazione. Per quanto riguardava Virginia e Ninfa, Vinci dichiarò di averle gettate in una cava profonda 20 metri. La confessione fece scattare immediatamente l’arresto di Michele Vinci. Nella notte tra il 9 e il 10 novembre, tutto l’apparato investigativo si indirizzò nel luogo indicato da Vinci”.

“I corpi di Virginia e Ninfa Marchese furono riportati alla superficie alle 5.45. L’autopsia rivelò tracce di processo di asfissia nei cadaveri. Secondo le analisi, la morte sarebbe risalita a 4/5 giorni prima del ritrovamento per Virginia e 2/3 giorni per Ninfa. Il processo fu celebrato presso il Tribunale di Trapani nel 1973. Durante il suo svolgimento, Vinci cambiò la sua versione dei fatti, affermando di aver rapito le bambine perché costretto da Franco Nania, ma di non aver torto loro nemmeno un capello. Nania, fino a quel momento insospettato, svolgeva la professione di insegnante di elettrotecnica presso la scuola media di Pantelleria e ricopriva l’incarico di direttore della società cartotecnica presso la quale Vinci lavorava”.

“Quest’ultimo dichiarò di essere stato minacciato dal professore, il quale voleva punire la madre di Antonella, che lo aveva rifiutato. Tuttavia le dichiarazioni di Vinci si rivelarono infondate e Nania fu assolto. Il 10 luglio 1975, la Corte d’Assise di Trapani condannò Michele Vinci all’ergastolo. La sentenza fu ridotta in Appello a 30 anni e a 28 in Cassazione. Secondo il pubblico ministero Giangiacomo Ciaccio Montalto (ucciso dalla mafia nel 1983), gli omicidi furono commessi per punire Leonardo Valenti, padre di Antonella, che avrebbe fatto uno sgarro a Cosa nostra, rifiutandosi di partecipare al sequestro di Salvatore Grillo (deputato DC), ma anche questa ipotesi non trovò conferme”.

“Restano ancora parecchi dubbi, per esempio i numerosi indizi indicano che Michele Vinci aveva un complice (forse una donna), tuttavia egli ha sempre taciuto. Michele Vinci tornò libero nel 2002 e attualmente vive in provincia di Viterbo, e solo lui sa davvero come si svolsero i fatti”.

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