Antonio Ingroia: “Il pentito Maurizio Avola, da tempo depista su Stato e mafia”

LO HA DETTO L'EX PUBBLICO MINISTERO DI PALERMO, IN UNA INTERVISTA PUBBLICATA SU... WWW.ILFATTOQUOTIDIANO.IT

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Testo tratto…, da www.ilfattiquotidiano.it.

Avvocato Antonio Ingroia, ai tempi in cui da magistrato ha indagato sulla mafia ha avuto a che fare con l’ex killer di Cosa nostra Maurizio Avola, ora protagonista del libro Nient’altro che la verità di Michele Santoro?

Più volte.

Secondo lei Avola è stato attendibile?

Ho considerato all’inizio la collaborazione di Avola particolarmente preziosa, perché in alcuni processi rilevanti in cui è stato sentito proprio sul crinale dei rapporti tra la politica e Cosa nostra (penso al processo Dell’utri, all ’ indagine sistemi- criminali e allo stesso processo Trattativa Stato-mafia) è risultato attendibile dai riscontri successivi alle sue dichiarazioni. Ma nel percorso in cui ho interrogato Avola negli anni mi sono anche imbattuto in alcune dichiarazioni sorprendenti poi rivelatesi se non incredibili, quanto meno smentite dall’attività di riscontri da me disposta.

Per esempio?

Durante il processo Dell’utri nel 1998 riferì in aula già di un attentato organizzato contro Antonio Di Pietro, commissionato da ambienti politico-finanziari alla Cosa nostra catanese. L’attentato sarebbe stato deliberato nel settembre 1992 all’ hotel Excelsior di Roma dai boss catanesi Marcello D’agata ed Eugenio Galea, con il boss messinese Rosario Cattafi. Ma la richiesta ai mafiosi fu avanzata, riferì Avola, dal banchiera Francesco Pacini Battaglia. Io aprii un fascicolo per verificare se ci fosse fondatezza della notizia di reato. Ma non trovai alcun riscontro positivo, anzi nessuna traccia nell’albergo e nella data indicata delle persone nominate, che neppure stavano a Roma.

Qual è la sua opinione?

È stato dentro e fuori dal programma di protezione… credo che ogni tanto abbia esigenza di ritornare alle luci della ribalta attraverso dichiarazioni eclatanti. Per questo motivo, compreso questo aspetto, cominciai a utilizzarlo con le pinze. Più di recente ha ripetuto la storia dell’attentato a Di Pietro in un dibattimento del processo Trattativa Stato-mafia, ma ripeto, i miei riscontri già eseguiti nel 1998 non lasciavano adito a dubbi. Inoltre, da quanto ho letto sul comunicato della Procura di Caltanissetta in merito alle dichiarazioni di Avola che si possono leggere sul libro di Santoro e che sono state rilasciate anche ai magistrati nisseni, le mie perplessità sono confermate dai loro riscontri negativi.

E rispetto a quanto riferisce su via D’amelio?

Ecco, su questo punto le mie perplessità sono avvalorate anche dal ruolo che Avola assegna a Matteo Messina Denaro, un ruolo di primo piano improvvisamente acquisito appunto da Messina Denaro, che da quel che so non è mai emerso precedentemente con responsabilità organizzative nella strage di via D’amelio. È chiaro che oggi Messina Denaro sia il latitante numero 1 e che quindi mettere il suo nome significhi assicurarsi richiamo e risonanza.

Perché adesso?

Allora Gaspare Spatuzza quando decide di parlare riferisce di avere come motivazione il travaglio per aver appreso della detenzione di innocenti. Ma Avola appunto perché ora decide di parlare? Io non voglio pensar male, ma questa sua sicurezza sull’assenza dei Servizi segreti in via D’amelio, proprio mentre sta per arrivare a conclusione il processo Trattativa Stato- mafia, non può che insospettirmi ulteriormente.

Quindi depistaggio?

Se c’è depistaggio, e non discuto la buona fede dei giornalisti Michele Santoro e Guido Ruotolo, non sono in grado di dirlo, ma posso dire che il sospetto è legittimo e che queste dichiarazioni hanno di per sé un effetto depistante. Bisogna capire con chi Avola ha avuto contatti durante la detenzione (terminata nel gennaio 2020, ndr) e subito dopo.

Il legale di Avola, Ugo Colonna, chi altri ha difeso in questi anni?

Alti ufficiali dei carabinieri già indagati per presunto favoreggiamento delle latitanze di Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro e che poi hanno denunciato per calunnia i carabinieri che a loro volta li avevano accusati: il maresciallo Salvatore Fiducia, che difendo io, e lo storico capo scorta di Nino Di Matteo, il maresciallo Saverio Masi, testimoni di commistioni tra apparati dello Stato e latitanti. Insomma è singolare la coincidenza per cui Avola ora sembri voler smontare processi e inchieste che hanno svelato apparati dello Stato responsabili nella Trattativa e nello stragismo.