Articolo… tratto da, www.gazzettadelsud.it!
All’epoca, era il 2019, avevano messo in piedi un sistema per “svuotare” le società decotte prima del fallimento e frodare i creditori… la chiamarono la “gang dell’evasione fiscale”: ci lavorarono a lungo, vagliando centinaia di procedure esecutive, la Dda e il Nucleo di Polizia tributaria della Finanza, diretto in quegli anni dal ten. col. Jonathan Pace.
E ieri nel primo pomeriggio il processo “Default”, nato da quella inchiesta, ha visto definirsi la sentenza di primo grado davanti alla seconda sezione penale del tribunale di Messina presieduta dalla giudice Maria Eugenia Grimaldi: sono quindici le condanne inflitte, e ricorrono ancora una volta dopo i processi e le condanne precedenti i nomi dell’ex avvocato Andrea Lo Castro e del commercialista Benedetto Panarello, considerati le menti del gruppo, all’epoca arrestati… al primo i giudici hanno inflitto 9 anni e 6 mesi di reclusione, al secondo 9 anni.
Loro due erano i «capi promotori» dell’associazione, poi c’erano i «partecipi», un altro avvocato, Francesco Bagnato, e due prestanome, Orazio Oteri e Giuseppe Barbera. A Bagnato i giudici hanno inflitto 2 anni e 6 mesi, a Oteri 5 anni e 10 mesi, a Barbera 3 anni e 2 mesi. I giudici hanno deciso ieri altre dieci condanne.
Le altre condanne, ecco il dettaglio All’imprenditore Francesco D’Amico, ex proprietario del Jolly Hotel di Messina, e alla moglie Paola Isidori, sono stati inflitti rispettivamente 5 anni e 2 mesi e 4 anni e 8 mesi. Nel 2019 risultarono dalle indagini proprietari di due alberghi a Chianciano Terme, che vennero posti sotto sequestro. Ad Annunziatino Foti, costruttore di Cosoleto, in provincia di Reggio Calabria, inflitti 2 anni (i giudici hanno preso atto in sentenza del decesso del padre, Rocco, che era pure lui imputato). Per Francesco Rocco Ferrara e i figli Gaetano e Ottavio, imprenditori di Policoro, in provincia di Matera, decisi rispettivamente 3 anni e 4 mesi, un anno e 6 mesi, un anno e 6 mesi.
Alla loro collaboratrice Elena Zippo, di Milazzo, infltti 2 anni. A Bruno e Vincenzo Laganà, imprenditori attivi nel settore alimentare della provincia di Reggio Calabria, inflitti rispettivamente un anno e un anno e 6 mesi. Infine per Pompeo Vincenzo Bava, faccendiere di Milano, i giudici hanno deciso la condanna a 7 anni e 8 mesi di reclusione.
Gli altri dettagli della sentenza
I giudici hanno condannato tutti gli imputati al pagamento delle spese processuali, Lo Castro e Panarello anche a quelle del mantenimento in carcere. A Zippo, i Ferrara e Bruno Laganà è stato concesso il beneficio della sospensione della pena. Come pena accessoria hanno registrato anche l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e di ruoli direttivi Lo Castro e Panarello (per 4 anni), Oteri, D’Amico e Isidori (per 3 anni). Ed ancora Lo Castro, Panarello, Oteri, Bagnato, Isdidori e D’Amico hanno subito anche l’interdizione temporaena dai pubblici uffici per 5 anni. Il ventaglio delle accuse contestate dalla Procura andava dalla bancarotta alla sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, dal riciclaggio e auto-riciclaggio al falso ideologico in atto pubblico, oltre all’appropriazione indebita.
L’indagine
Secondo la ricostruzione che venne messa a punto dalle indagini della Finanza, all’epoca coordinate dal sostituto procuratore della Dda Francesco Massara, Panarello e Lo Castro, rispettivamente consulente contabile e legale, «predisponevano strumenti e atti giuridici per effettuare, a favore di società e imprenditori, la distrazione del patrimonio in frode ai creditori».
A Oteri e Barbera venivano invece intestate società, gli conferivano il ruolo di amministratore o di liquidatore, «dopo che queste erano state, in frode ai creditori, private del patrimonio». L’avvocato Bagnato «coadiuvava l’attività di Panarello e Lo Castro, adoperandosi anche ai fini di ricomporre diatribe con Oteri e anche acquisendo e reinvestendo il profitto dei delitti commessi».
Ai due si rivolgevano imprenditori provenienti da varie regioni, anche da Milano, da Siena, da Catania. Nel corso delle indagini, che durarono tre anni, la coppia avvocato-commercialista in sostanza svuotò rilevanti poste patrimoniali da diverse società in difficoltà trasferendole in altre di nuova costituzione, lasciando gli ingenti debiti alle società originarie. Che poi venivano messe in liquidazione dagli amministratori, per lo più individuati nei prestanome e, successivamente chiuse nel più breve tempo possibile, all’insaputa dei creditori.
In modo da evitare che, nel termine di un anno, gli aventi diritto potessero presentare istanza di fallimento. Come? Utilizzando strumenti illeciti e atti giuridici per effettuare, a favore di società riconducibili a prestanome, operazioni finanziarie e societarie finalizzate ad occultare il loro patrimonio al fisco e ai creditori.


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